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Rai / Palio di Siena: telecronaca a due voci

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Palio2

MIAMI. Diretta di Rai International per il Palio di Siena disputato il 16 agosto, vinto dalla Lupa e dedicato alla Madonna dell’Assunta. Jonathan Bartoletti, il nome del fantino, detto Scompiglio,  e Preziosa Penelope, il nome della cavalla, hanno regalato il secondo trionfo consecutivo alla contrada dopo quello del precedente Palio del 2 luglio scorso. Non accadeva da 33 anni!
L’italiano all’estero come noi che si e’ messo davanti al teleschermo per godersi il grande evento in diretta da Piazza del Campo ha pero’ dovuto sorbirsi una telecronaca a due voci perche’ il commento, pacato e informato del senese  Maurizio Bianchini, ( la “voce” della Rai da anni ed un esperto della manifestazione), e’ stato continuamente sopraffatto dalla voce di Annalisa Bruchi, senese anche lei, che ha continuato a interrompere il collega per dire la sua. Spesso Bianchini si e’ fermato per darle cavallerescamente la precedenza, ma ancora piu’ spesso di sono sentite due voci che parlavano di cose diverse contemporaneamente.
Il risultato e’ che l’ascoltatore ha capito poco o niente di quello che entrambi dicevano, ne’ la Bruchi ha mai capito il suo ruolo di seconda voce e di dare la precedenza a Bianchini.
Ma dagli errori si impara. Lecito aspettarsi che il prossimo palio Annalisa se ne stia a casa a guardarsi il Palio in tv dal salotto.
Nella foto: Annalisa Bruchi e Maurizio Bianchini

Palermo ricorda il detective Joe Petrosino

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petrosinoPALERMO. Un premio letterario, una borsa di studio, uno spettacolo teatrale, laboratori con studenti e un itinerario turistico per far conoscere i luoghi di Joe Petrosino, il detective italo-americano ucciso il 12 marzo 1909 a Palermo. Sono alcune delle iniziative previste dall’associazione “Joe Petrosino Sicilia”, in collaborazione con Bnl, Ersu e Rotary club Palermo nord. L’associazione siciliana e’ presieduta da Anna Maria Corradini, autrice di un libro su Petrosino.
“Lo scopo è favorire la cultura della legalità tra i più giovani – ha detto Corradini- ma anche rafforzare gli elementi di coesione sociale tra i popoli. Non dimentichiamo che Joe Petrosino fu un immigrato”. Una borsa di studio dell’importo complessivo di 1000 euro è stata assegnata a due giovani laureate, Ilenia Tagliavia e Alessia Rosaria Puccio. A finanziare la borsa sono l’associazione internazionale ‘Joe Petrosino’, il Rotary Club Palermo Nord e l’Ersu di Palermo. Durante l’iniziativa è stata intitolata una sala dell’Hotel de France a Joe Petrosino.
La giornata commemorativa è culminata con la deposizione di una corona sul marciapiede antistante la villa Garibaldi dove Petrosino fu ucciso il 12 marzo 1909. Alla cerimonia, organizzata dal Comune di Palermo insieme all’associazione internazionale “Joe Petrosino”, Ersu e Rotary Palermo Nord, sono intervenuti l’assessore comunale Barbara Evola in rappresentanza del sindaco, Anna Maria Corradini, autrice di ricerche e presidente dell’associazione siciliana ‘Joe Petrosino’, Alberto Firenze, presidente Ersu, Antonello Mineo, presidente Rotary club Palermo Nord , Vincenzo La Manna, presidente dell’associazione “Joe Petrosino” di Padula, comune del Salernitano che ha dato i natali al detective, e Nino Melito Petrosino, pronipote del poliziotto, che ha ricordato la sua “antesignana capacità di intuire collegamenti tra mafia italoamericana e quella nostrana”.
(Fonte: agenzia ANSA)

Petrosino_francobolloAPPROFONDIMENTI

 

 

 

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Joe_Petrosino
https://www.nycgovparks.org/parks/petrosino-square/history
http://www.annamariacorradini.it/prodotto/lomicidio-di-joe-petrosino-misteri-e-rivelazioni/

Lo slang italoamericano secondo Babbel

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NYCITYPOSTERLA LINGUA ITALIANA ha vocaboli unici, impossibili da reperire nelle altre lingue, che gli stranieri ci invidiano come “allora”, “sfizio”, “struggimento”, “roccambolesco”, “dietrologia”, “chiaccherone”, “mozzafiato” e “dondolare” ma ha anche vocaboli speciali, mescolati con parole straniere, come accadeva soprattutto un tempo al famoso ‘brooccolino’, lo slang degli italiani emigrati in America.

Le parole americane sono entrate nella vita quotidiana dei nostri antenati, mescolate con i dialetti regionali e hanno animato le strade di Little Italy, continuando – negli anni – ad essere associate allo stereotipo dell’italiano, così come viene dipinto nei film, primo fra tutti “Il Padrino”.

Ma quali termini italo-americani sono validi ancora oggi e vengono utilizzati magari da figli e nipoti dei migranti del Novecento?  Babbel, la app per imparare le lingue, ha fatto una ricerca sui vocaboli più usati ancora oggi

Sciuscià
Quasi tutti conoscono il capolavoro neorealista di Vittorio De Sica e l’immagine del ragazzino dagli occhi tristi che lustra le scarpe per le strade di Roma. Ma l’origine di questo termine? “Sciuscià” altro non è che l’italianizzazione di “shoe shine”, il nome inglese del lustrascarpe.

Orrioppo
Questo strano vocabolo, che all’apparenza sembra il nome di un formaggio stagionato, è in realtà una storpiatura dell’esortazione “Hurry Up!”…”Sbrigati!”

Vascinga mascina/vachiuma clima
Non sono i nomi dei protagonisti dei cartoni animati giapponesi degli anni Settanta e Ottanta. Malgrado la somiglianza tra questi strani nomi e personaggi come Godzilla e Mazinga Z, ci si riferisce a degli lettrodomestici. Ed ecco che la perfetta casalinga italo-americana puliva casa con la “vachiuma clina” (vacuum cleaner: aspirapolvere) e si occupava del bucato grazie alla “vascinga mascina” (washing machine:lavatrice).

Bisinisse/giobba/bosso
“Che cosa faccio a New York? Ho iniziato con una giobba e un bosso ma adesso ho il mio bisinisse”. Niente a che vedere con la botanica: l’italo-americano in questione sta raccontando ai suoi parenti rimasti nel Belpaese che mentre al suo arrivo aveva un lavoro (giobba – job) con un capo (bosso – boss), ora ha fatto strada ed è riuscito ad aprirsi la propria attività, il bisinisse appunto (da business).

Goomba
Ad una prima lettura, questa strana parola potrebbe sembrare il nome di qualche esotico frutto del Sudamerica. Ma provando a dirla tante volte: goomba, gumba, gumbà… CUMPÀ! Ecco il primo esempio di “inglesizzazione” di una parola dialettale italiana.

Broccolini
Anche se gli italiani sono famosi nel mondo per la loro cucina, in questo caso il cibo non c’entra. Il bersaglio di questa storpiatura “culinaria” non è altro che uno dei più famosi quartieri di New York City… Brooklyn!

Toni

Se, da un lato, ci sono parole che derivano dalla storpiatura dell’inglese (e viceversa), ce ne sono altre la cui origine è davvero curiosa e travagliata. Questa, in particolare, rappresenta un’eccezione rispetto a tutte le altre perché non è nata a Little Italy, bensì tra i vicoli di Firenze. Pare, infatti, che i soldati americani di stanza nel capoluogo fiorentino durante la seconda guerra mondiale, avessero l’abitudine di cucire all’interno delle proprie tute da ginnastica (all’epoca un’assoluta novità per gli italiani) un’etichetta con la dicitura “To N.Y.” (“a New York”), per essere sicuri che arrivassero a destinazione. Ed ecco che cosa si capisce anche perché in Toscana, le tute da ginnastica vengono ancora chiamate “toni”.

Carro
Una parola che sembra italianissima. Ma il fatto è che, in questo caso, non ha nulla a che vedere con il suo significato originario… o quasi. “Carro” detto da un italoamericano è una semplice italianizzazione di “car” (automobile) .

Wazza mara you?
Un altro esempio di trascrizione della semplice pronuncia di “What’s the matter with you?” (“Qual è il problema?”). Chissà se gli americani si siano mai chiesti chi fosse questa “Mara”.

(Dall’agenzia ANSA)

Omaggio postumo per Luigi Del Bianco

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MountRushmore

NEW YORK. Il National Park Service, in una biografia pubblicata lo scorso mese su Facebook, ha riconosciuto in un omaggio postumo il ruolo chiave dello scalpellino italo-americano Luigi Del Bianco nella creazione di uno dei monumenti americani più famosi: le sculture del Mount Rushmore, la “montagna dei presidenti”. Centinaia di scalpellini lavorarono per anni su quella montagna scolpendo le fattezze di quattro presidenti americani (George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt and Abraham Lincoln) nel granito delle colline del South Dakota.
E’ stato scritto ufficialmente per la prima volta che Del Bianco fu chiamato a Mount Rushmore da Gutzon Borglum, autore del disegno e ingegnere della scultura.
“Luigi Del Bianco – e’ scritto – lavoro’ per Mr. Borglum durante le stagioni degli anni 1933, 1935, 1936 e 1940. E’ stato ‘senior driller’, trapanatore, fino alla fine del 1935 quando Mr. Borglum lo promosse ‘chief carver’, intagliatore capo.
Nella corrispondenza di Borglum si scoprono le ragioni della promozione: “Vale più di tre uomini messi assieme che potevo trovare in America per questo tipo di lavoro”, aveva scritto l’ingegnere in documenti scoperti da Lou Del Bianco, un nipote dello scalpellino. “E’ l’unico intagliatore della pietra intelligente, capace di comprendere il linguaggio dello scultore”.
Intanto, si conoscono nuovi cenni biografici dello scalpellino: nacque su una nave presso Le Havre quando i suoi genitori rientrarono nel 1892 in Italia dagli Stati Uniti. Crebbe a Meduno, vicino a Venezia, ed ha studiato scultura da quando aveva 11 anni a Venezia ed a Vienna. Emigro’ negli Stati Uniti quando un cugino gli scrisse che nel Vermont erano molto richiesti gli scalpellini italiani. Torno’ poi in Italia per combattere durante la Prima Guerra Mondiale, quindi torno’ negli Usa e si stabili’ a Port Chester dove un collega gli presento’ l’ingegnere Borglum che poi lo chiamo’ a lavorare nel suo studio a North Stamford, Connecticut. In questa cittadina conobbe anche la moglie, Nicoletta Cardarelli.
Del_BiancoDel Bianco e Borglum lavorarono insieme al Confederate Memorial on Stone in Georgia e al Wars of America Memorial in Newark. Lo stesso Del Bianco poso’ per alcune figure rapresentate in questi monumenti. Nel 1933, Del Bianco si dedico’ al progetto di Mount Rushmore col compito di “chief carver” (intagliatore capo), per il quale percepiva $1.50 all’ora, 72 dollari settimanali.
Mel 1941 Borglum mori’ e Del Bianco torno’ a Port Chester dove la sua compagnia scolpiva lapidi per cimiteri e dove mori’ nel 1969 di silicosi all’eta’ di 78 anni.
La campagna per dare allo scalpellino italiano il posto di primo piano che gli spettava, fu iniziata dal figlio Caesar dopo la pubblicazione del libro “The Carving of Mount Rushmore” di Rex Allen Smith. Quando Caesar mori’ nel 2009, la campagna e’ stata continuata con maggiore intensita’ da suo nipote Lou che e’ riuscito finalmente ad ottenere il riconoscimento postumo per il nonno.

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Leggere il primo post su Del Bianco e Mout Rushmore del 1 Gennaio 2015

 

Verrazano, campagna per la doppia zeta

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Verrazzano2

NEW YORK. Torna alla ribalta il Verrazano-Narrows Bridge e piu’ precisamente la necessita’ di ridare al navigatore italiano, che nel 1524 fu il primo europeo a esplorare la baia di New York tra Brooklyn e Staten Island, la doppia “z” del cognome. Recentemente e’ stata lanciata una petizione online per restituire al cognome la doppia zeta per ottenere una versione “linguisticamente corretta”.
“Rettificando il nome dell’esploratore – dice Joseph V. Scelsa, presidente dell’Italian American Museum in Lower-Manhattan – dimostreremo a tutti gli italoamericani che noi li rispettiamo e li apprezziamo”.
La Metropolitan Transportation Authority che ha competenza in materia dice che ha sempre saputo ovviamente che la sin gola zeta era un errore, ma oggi cambiare tutta la segnaletica e i cartelli del Verrazano-Narrows Bridge costerebbe troppo. Quando nel 2008 fu fatto per il Triborough Bridge, diventato Robert F. Kennedy Bridge, il costo sostenuto sembra si sia aggirato di 4 milioni di dollari.
“Attualmente non c’e’ alcun prigramma per il cambio del nome”, ha detto un portavoce della MTA,
La controversia sul corretto “spelling” del cognome dell’esploratore e’ cominciata ancor prima che la prima macchina attraversasse il ponte, inaugurato nel 1964. Ci furono subito due schieramenti. L’origine dell’errore sarebbe stata la grafia inesatta sul progetto del ’59 ma John LaCorte, fondatore della Italian Historical Society of America ed uno dei principali promotori della iniziativa, insistette nel 1960 perche’ fosse usata una sola “z” dopo molte ricerche e consultazioni, in Italia e all’estero, anche perche’ l’esploratore usava firmarsi in latino col nome di Janus Verrazanus.
VerrazanobridgeIl governatore Nelson Rockefeller firmo’ quindi gli atti con l’intestazione del progetto con una sola zeta. Fatto sta che la campagna per ridare a Verrazzano il suo, guadagna sempre più consensi a New York dove peraltro una statua dedicata a’‘esploratore nel 1909 a Battery Park reca il cognome con due zeta.
Figlio di un colto e agiato commerciante, Giovanni da Verrazzano (o Verrazano, oppure addirittura Verazano in talune versioni) nacque intorno al 1485 a Firenze (ma secondo altri a Greve in Chianti, dove la residenza familiare fu il Castello di Verrazzano). Sarebbe stato ucciso e divorato dagli indigeni di un’isola del Darièn nel 1528. Testimone dell’orrrendo fatto sarebbe stato addirittura il fratello Gerolamo, che riuscì miracolosamente a salvarsi.
Quando fu inaugurato nel 1964, il ponte di Verrazano-Narrows era il ponte ad arco sospeso più lungo del mondo (4.176 metri). Alle sue estremità ci sono Fort Hamilton, a Brooklyn, e Fort Wadsworth, a Staten Island, che per oltre un secolo sorvegliarono il porto di New York.
E’ il punto di partenza della famosa Maratona di New York.

Canzoni e musica degli emigrati negli Usa

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La preziosa e straordinaria ricerca della  etnomusicologa siciliana Giuliana Fugazzotto:  “Ethnic Italian Records”

FugazzottoGiulianaCHICAGO. Quattro milioni di italiani arrivarono negli Usa fra il 1880 e il 1915, anno in cui lo scoppio della Prima Guerra Mondiale causò un temporaneo rallentamento del flusso migratorio. Molte delle loro voci, delle loro vicende, dei loro volti, sono andati perduti. Ma l’impegno di un’etnomusicologa siciliana garantisce che la loro musica, una delle più sincere e ricche forme di espressione che i nostri emigrati ebbero in quegli anni in terra d’America, non solo è stata protetta e catalogata, ma è stata digitalizzata e potrà quindi vivere, essere studiata e consultata.
L’autrice di questo spettacolare contributo alla storia della nostra emigrazione è l’etnomusicologa Giuliana Fugazzotto, che è stata recentemente anche a Chicago per presentare il suo lavoro, “Ethnic Italian Records” , pubblicato dalla Documenta e già vincitore del Premio Etnographica bandito dalla Biblioteca di Sardegna.
Nota specialista di informatica applicata all’etnomusicologia, la professoressa Fugazzotto ha lavorato nell’ambito del progetto europeo di recupero di materiale sonoro di valenza storica e antropologica. Anni di puntigliosa dedizione hanno prodotto la digitalizzazione di ben 5 mila brani musicali scritti da italiani emigrati negli Usa fra il 1900 e il 1930.
Erano quelli i primi anni di vita del disco, i famosi dischi di vinile a 78 giri. Le case discografiche divennero presto consapevoli del grande mercato che le comunità etniche rappresentavano e furono generose nel commissionare di tutto, dall’operetta alla musica da ballo. La professoressa Fugazzotto spiega che il repertorio musicale digitalizzato parla della vita degli nostril emigrati, delle loro difficoltà di inserimento nel nuovo mondo, dei conflitti che nacquero all’interno delle famiglie con le nuove generazioni di italo-americani, dei problemi politici in cui si trovarono coinvolti, delle diverse comunità di immigrati con cui dovettero confrontarsi, fino ai nostalgici ricordi della terra d’origine e al desiderio di ritornare in patria.
Di particolare interesse per il pubblico statunitense è la conferma che le registrazioni offrono dell’esistenza di un processo di contaminazione e fusione dei repertori tradizionali a contatto con la cultura anglofona degli Stati Uniti. Specialisti di musica americana dei primi decenni del 900 potranno constatare nella musica popolare Usa l’esistenza di echi della nostra musica etnica, spesso nell’utilizzazione di strumenti tipici italiani, come il mandolino, o nello stile di esecuzione ad esempio del clarinetto.
– Come e’ nata questa ricerca?
“Mio nonno paterno, Antonio, era stato emigrante in America: tornato in Sicilia nel ’34, portò con sé un grammofono e casse piene di 78 giri., – ha spiegato la Fugazzotto – Da ragazza li vedevo in casa senza badarci: quando andai a Bologna a studiare, ne mostrai qualcuno al grande etnomusicologo Roberto Leydi. Lui sussultò: quel materiale era davvero unico”.
– Cosa raccontano le loro canzoni?
“La musica strumentale era da ballo, un’antenata del liscio. Mentre i brani vocali, in dialetto, narrano la nostalgia dell’Italia, la fatica ad affermarsi nel nuovo mondo, ma anche le bellezze dell’America. Il campano Eduardo Migliaccio, intrattenitore amatissimo nelle Little Italies americane, nel 1928 dedicò una canzone alla spiaggia di Coney Island a Brooklyn: in dialetto la storpiava in “Cunailante”, ammirandola come “terra di gioventù” per la sua vitale frenesia. Un altro tema ricorrente è l’ingiusta condanna a morte di Sacco e Vanzetti, nel 1927″.

Nella foto: Giuliana Fugazzotto a Manhattan

(Fonti: musicapopolareitaliana.com, Il Corriere della Sera (Io Donna)

La New York di Andrea Pirlo

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Pirlo2NEW YORK. Ecco uno stralcio dell’intervista fatta da Alberto Costa del Corriere della Sera ad Andrea Pirlo, il calciatore azzurro che lo scorso anno ha lasciato la Juventus per trasferirsi al New York City FC della Major League Soccer. La squadra, nata in comproprieta’ tra il Manchester City e i New York Yankees, lo scorso anno ha giocato il suo primo campionato che non e’ stato molto brillante. Complessivamente, sotto la guida del giovane allenatore americano Jason Kreis, la squadra ha giocato 35 partite vincendone 10, perdendone 18 e pareggiandone 7, con una media di 29 mila spettatori.
Pirlo e’ nato a Flero il 19 maggio 1979.
Ecco lo stralcio dal Corriere, con le domande al calciatore:
Cosa apprezza della Grande Mela?
«La qualità della vita, la gente. Sono più educati, rispettano le regole».
E che cosa le manca dell’Italia?
«A parte gli affetti, di questa Italia in questo momento non mi manca niente».
Dove ha scelto di vivere a New York?
«A Chelsea. Il campo di allenamento non è dietro l’angolo, è a 50 minuti d’auto, un po’ come andare da Milano a Milanello. Ma non mi pesa».
Come si passa il tempo a NY?
«Faccio la vita che facevo qui in Italia. Solo che a New York c’è più scelta. Vado per musei, per gallerie d’arte. Mi piace passeggiare a Central Park, vado a correre lungo l’Hudson».
E con l’inglese come siamo messi?
«Se non parlano troppo veloce me la cavo»

–  La sua squadra è un po’ scarsina.

«L’anno scorso siamo andati male ma era il primo anno. Abbiamo potuto comperare soltanto le riserve delle riserve delle altre squadre. Io, Lampard e Villa siamo i tre fuori budget consentiti dai regolamenti. Ora però si parte a pieno regime, con la preparazione e con un allenatore nuovo: Patrick Vieira».
Nella foto, Andrea Pirlo a SoHo col figlio.  (J. Webber/Splash News)

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